“Sì, dai… con l’inglese ce la caviamo.”
È una frase che sentiamo ripetere spesso nelle aziende.
A volte detta con sicurezza, altre con una leggera esitazione. Quasi sempre come risposta rapida, prima ancora di averci pensato davvero.
Poi però sorge qualche domanda in più.
Chi risponde alle e-mail in inglese? Chi parla davvero con clienti e fornitori? Chi gestisce le call? Chi, quando c’è una riunione in inglese, spera segretamente che duri poco?
Ed è lì che emerge una verità scomoda: “cavarsela” non è un livello.
E soprattutto non è detto che sia sufficiente per lavorare con l’estero oggi.
Perché il tema non è solo sapere l’inglese, ma saperlo usare nel lavoro quotidiano.
E quando si parla di livello di inglese in azienda, le domande diventano inevitabili:
- Qual è davvero il livello di inglese richiesto per lavorare oggi?
- Un B1 è sufficiente, o stiamo chiedendo troppo (o troppo poco)?
- Serve lo stesso livello di inglese per lavoro in tutti i ruoli?
- E soprattutto: come si misura l’inglese in modo serio, senza affidarsi alle sensazioni o all’autovalutazione?
In questo articolo facciamo chiarezza. Senza tecnicismi inutili, ma con esempi concreti, casi reali e uno sguardo molto pratico al mondo aziendale.

Cosa significa davvero "livello di inglese" (e cosa NON significa)
Quando si parla di inglese lavorativo CEFR, prima o poi spuntano sempre le stesse sigle: A2, B1, B2, C1.
Sono i livelli del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue (CEFR).
Ma qui vale la pena fermarsi un attimo.
Perché il CEFR è uno strumento utilissimo… se viene capito.
E incredibilmente fuorviante, se viene semplificato troppo.
Il CEFR non è un esame, né un voto, né una pagella.
È una scala di riferimento, pensata per descrivere cosa una persona è in grado di fare in una determinata lingua in contesti reali.
In altre parole: non misura “quanto inglese sai”, ma come lo usi.
Ogni livello CEFR descrive la capacità di:
- Comprendere (lettura e ascolto)
- Produrre (scrittura e parlato)
- Interagire (scambio reale con altre persone)
Il problema, però, non è il CEFR in sé.
Il problema è che spesso viene usato come un’etichetta, invece che come uno strumento.
Parlare di inglese B1 o B2, in azienda, ha senso solo se lo traduciamo in azioni reali: call, e-mail, riunioni, presentazioni, trattative.
Vediamolo da vicino, cercando di capire alcune differenze.
B1: “me la cavo”, finché tutto va come previsto
Un collaboratore con livello B1 in genere:
- Scrive e-mail semplici e corrette
- Capisce il senso generale di una conversazione
- Legge documentazione tecnica standard
- Riesce a spiegare procedure conosciute
Poi però succede qualcosa in situazioni molto comuni… Ad esempio quando l’interlocutore parla veloce o con un accento diverso, la call prende una piega imprevista, arrivano domande non preparate oppure serve spiegare un problema complesso.
Ecco che il B1 inizia a scricchiolare.
La persona capisce, ma risponde poco. Oppure semplifica troppo. Oppure tace.
Nel contesto aziendale, il B1 può funzionare, ma solo se l’inglese:
- Non è centrale
- Non richiede improvvisazione
- Non espone la persona a pressione comunicativa
B2: il livello minimo di inglese per lavoro
Il B2 è spesso il livello che fa la differenza tra conoscere l’inglese e lavorare in inglese.
Con un B2:
- Si partecipa attivamente alle riunioni
- Si gestiscono call con clienti e fornitori
- Si fanno presentazioni comprensibili e strutturate
- Si chiariscono malintesi, si fanno domande, si negozia
Non è un inglese perfetto.
Ma è un inglese operativo, ed è per questo che viene spesso indicato come livello minimo di inglese richiesto per lavorare in contesti internazionali.
C1: quando l’inglese smette di essere un problema
Con un livello C1:
- Si guidano riunioni
- Si fa public speaking
- Si gestiscono momenti delicati
- Si rappresenta l’azienda all’estero
Qui l’inglese non è più un ostacolo, né qualcosa a cui “pensare”. È uno strumento naturale, come l’italiano.

Il grande equivoco: i falsi positivi dell'inglese in azienda
Nella pratica, quando un’azienda dice “abbiamo persone a livello B2”, spesso sta facendo una media mentale molto pericolosa.
Perché una persona può:
- Leggere a livello C1
- Scrivere a livello B2
- Capire l’ascolto a livello B1
- Parlare a livello A2/B1
Eppure viene etichettata semplicemente come “B2”.
Questo è uno dei motivi principali per cui la mappatura delle competenze linguistiche risulta spesso poco affidabile: si cerca un numero unico, quando la realtà è molto più sfumata.
Nel lavoro quotidiano emergono sempre gli stessi scenari, che definiamo falsi positivi linguistici.
Alcuni esempi molto comuni:
- Chi legge benissimo, ma non parla.
Tipico profilo di chi lavora da anni con e-mail, documenti, contratti. Capisce tutto, ma quando deve intervenire in call va in blocco. Il livello “percepito” è alto, quello operativo molto più basso.
- Chi scrive e-mail corrette, ma evita il telefono.
Magari usa frasi standard, modelli, correttori. Ma appena la comunicazione diventa sincrona, improvvisata, la sicurezza crolla.
- Chi capisce tutto, ma non riesce a spiegarsi.
Questa è una delle situazioni più rischiose in azienda. Perché dall’esterno sembra che “vada tutto bene”, ma quando quella persona deve spiegare un problema, una modifica, un ritardo… il messaggio non passa.
- Chi ha fatto un corso anni fa e “si ricorda l’inglese”.
Grammatica ok, vocabolario passivo ampio, ma pochissima agilità comunicativa. Un inglese teorico, non allenato.
Perché tutto questo conta (davvero) in azienda?
Quando il CEFR viene ridotto a una semplice sigla:
- Si assegnano compiti linguistici alle persone sbagliate
- Si sovrastima l’autonomia reale
- Si investe male nella formazione linguistica aziendale
Il risultato?
Livelli sottovalutati o sovrastimati, aspettative sbagliate e difficoltà operative che emergono solo quando il danno è già fatto.

Livello minimo consigliato per i principali ruoli aziendali
Qui arriva una verità importante: non esiste un unico livello inglese richiesto per lavorare.
Dipende dal ruolo, certo.
Ma soprattutto dipende da come l’inglese viene usato ogni giorno, in virtù di quel ruolo.
Ecco una tabella pratica di riferimento:
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Ruolo
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Livello minimo consigliato
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Motivazione
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Customer service estero
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B2
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Interazione continua e gestione imprevisti
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Buyer / Ufficio acquisti
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B1–B2
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E-mail, call, negoziazione
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Export Manager
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B2–C1
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Presentazioni, trattative
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Tecnico / Specialista
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B1
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Manuali, call tecniche
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Dirigente
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C1
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Leadership e rappresentanza
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Come leggere davvero questa tabella?
Un customer service con B1 capisce il cliente, ma fa fatica quando la conversazione si complica. E nel customer care, l’imprevisto è la norma.
Un buyer con B2 evita incomprensioni che possono rallentare ordini, consegne e negoziazioni.
Un export manager con inglese incerto perde autorevolezza, anche se è bravissimo dal punto di vista commerciale.
Un tecnico non deve parlare “bene”, ma in modo preciso. Un B1 può essere sufficiente, se davvero operativo.
Un dirigente, infine, non può permettersi un inglese scolastico. Qui l’Executive English e il C1 sono un requisito, non un plus.
Molte aziende trovano utile creare una mini-guida interna ai livelli di inglese in azienda, per allineare HR, manager e collaboratori e chiarire aspettative e obiettivi.

Come misurare il livello di inglese in modo efficace
Inglese business, requisiti? Sapere quali sono è inutile se poi la misurazione è approssimativa.
Eppure, in moltissime aziende, la valutazione linguistica si ferma a:
- Un test online fatto in autonomia
- Un’autovalutazione (“direi un B2”)
- Una percezione del manager (“se la cava”)
Il problema?
L’inglese non è una competenza teorica, ma una competenza di performance. E come tutte le competenze di performance, va osservata in azione.
Guardiamoci più da vicino.
I test scritti online: utili, ma solo come primo step
I test online sono comodi: rapidi, scalabili, facili da somministrare.
Sì, ma misurano soprattutto:
- Grammatica
- Vocabolario
- Comprensione scritta
E quasi mai valutano:
- Fluidità e pronuncia
- Interazione
- Capacità di spiegarsi
- Gestione dello stress comunicativo
Il colloquio orale: dove emerge la realtà
Il colloquio orale è il momento in cui il livello CEFR smette di essere una sigla e diventa comportamento osservabile.
In un buon colloquio orale emergono aspetti che nessun test scritto può rilevare:
- Autonomia comunicativa
- Capacità di reagire all’imprevisto
- Chiarezza nello spiegare concetti complessi
- Uso del linguaggio professionale
- Gestione della pressione e del silenzio
È qui che si capisce, ad esempio, se una persona sa rispondere solo a domande chiuse, riesce a riformulare quando non viene capita, è in grado di guidare una conversazione.
Ed è spesso qui che le aziende scoprono la verità più scomoda:
il livello percepito non coincide con il livello operativo.
Attenzione però, per essere davvero utile, un colloquio orale deve:
- Essere condotto da esperti linguistici, non solo da chi “parla bene inglese”
- Seguire criteri CEFR chiari
- Simulare situazioni lavorative reali
- Valutare separatamente comprensione, produzione e interazione
Solo così diventa uno strumento affidabile di mappatura delle competenze linguistiche.
Il check-up linguistico Intuition: non un test, ma una fotografia strategica
Ed è esattamente da tutto questo che nasce l’approccio Intuition.
Per noi, misurare il livello di inglese in azienda non significa assegnare un voto, ma fornire all’azienda una lettura chiara e utilizzabile della realtà linguistica interna.
Il check-up linguistico Intuition è progettato per rispondere a una domanda molto concreta:
Chi, oggi, è in grado di fare cosa in inglese — e in quali contesti lavorativi?
Come funziona il check-up linguistico Intuition?
Il processo è strutturato, ma snello.
Niente percorsi infiniti, niente burocrazia inutile.
- Test strutturato iniziale
Serve a raccogliere una prima base oggettiva e a orientare la fase successiva.
- Colloquio orale individuale
Condotto da linguisti esperti, non solo docenti ma professionisti abituati a valutare l’inglese nel contesto aziendale.
- Analisi per competenze, non solo per livello
Ogni persona viene valutata su:
- Comprensione
- Produzione
- Interazione
- Uso dell’inglese nel proprio ruolo specifico
- Report chiaro, leggibile, utilizzabile
Niente pagine accademiche.
Il report Intuition risponde a domande operative:
- Questa persona può gestire call con clienti?
- Può fare presentazioni?
- Può negoziare?
- Dove sono le criticità reali?
- Indicazioni di sviluppo mirate
Il check-up non si ferma alla diagnosi.
Include proposte concrete di formazione linguistica aziendale, mirate ai bisogni reali, non al “corso standard”.
Perché questo approccio fa la differenza?
Perché evita tre errori molto comuni: formare tutti allo stesso modo, sovrastimare alcune persone e sottoutilizzarne altre, investire tempo e budget senza un obiettivo chiaro.
Misurare bene l’inglese è una scelta strategica, non solo formativa!
Una buona misurazione del livello inglese in azienda non serve solo a “fare formazione”.
Serve a prendere decisioni migliori.
Influisce su:
- Qualità della comunicazione con clienti e partner esteri
- Efficacia commerciale
- Gestione dei progetti internazionali
- Riduzione degli errori e dei fraintendimenti
- Sicurezza e fiducia delle persone
In altre parole, misurare bene l’inglese significa trasformare una competenza vaga in un asset strategico.

Il punto chiave: il livello minimo dipende dall'uso reale dell'inglese
Ed eccoci al cuore del tema.
Il livello minimo di inglese richiesto per lavorare non è una sigla.
È la capacità di svolgere bene il proprio lavoro in inglese.
Una segretaria può lavorare serenamente con un A2 se gestisce solo e-mail interne standardizzate.
Ma un tecnico con B2 che evita il telefono, non sa spiegare un problema o si irrigidisce sotto pressione, diventa un problema operativo.
Succede spesso che:
- Ottimi commerciali “si spengano” in inglese, nonostante le ottime capacità professionali nel proprio ruolo.
- Project manager capiscano tutto ma non guidino la call, inficiando negativamente sui risultati.
- HR leggano policy internazionali ma fatichino nei colloqui, impattando l’intera azienda.
Il problema non è il livello dichiarato.
È l’uso reale dell’inglese nel contesto lavorativo.
Conclusione: non serve che tutti parlino perfettamente. Serve chiarezza.
In azienda non serve che tutti abbiano un C1.
Serve far chiarezza sulle esigenze comunicative richieste dal proprio ruolo, sulle situazioni d’uso della lingua, e in base a ciò seguire un percorso adeguato al raggiungimento degli obiettivi.
Solo così la formazione linguistica aziendale diventa un investimento e non un costo.
Scopri come funziona il nostro check-up linguistico aziendale e ottieni una mappatura completa, realistica e mirata delle competenze di inglese del tuo team.
Perché l’inglese, in azienda, non è un’opinione.
È uno strumento di lavoro.
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