L’evoluzione delle metodologie per l’apprendimento di inglese


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Di sicuro non c’è un modo giusto o sbagliato per imparare l’inglese. L’approccio adottato può dipendere da una serie di elementi, sia relativi allo studente stesso (obiettivi, modo di apprendere, conoscenze e capacità già sviluppate) che esterni (docente, contesto, gruppo vs. individuale, budget, tempo a disposizione, ecc.) Detto questo, ci sono metodologie variegate di apprendimento e didattica, ognuna con i suoi vantaggi e svantaggi. 

 

Le metodologie

Il Grammar-Translation Method è quello utilizzato soprattutto per lingue come il greco antico e il latino, con enfasi sulle regole grammaticali, strutture sintattiche, memorizzazione meccanica e traduzione di testi. Per quanto può aiutare a sviluppare le capacità analitiche, tutto il tempo è impiegato a parlare della lingua, ma mai in quella lingua.

Molto simile è il Grammatical Approach, in cui la lingua si impara con lo studio di regole e schemi, memorizzandoli in modo isolato da un contesto significativo. Piace a chi vuole imparare in modo strutturato e con un ordine predefinito, seguendo un approccio analitico e metalinguistico, non orientato alla comunicazione pratica.

Con l’Audiolingual Method facciamo riferimento alla classica frase, “The pen is on the table.” È un approccio che conosciamo benissimo. Si tratta della memorizzazione e richiamo di schemi, con esercitazione e dialoghi per sviluppare strutture grammaticali e vocabolario in una sequenza. Non permette però la produzione creativa essendo molto vincolata ad una sequenza predefinita.

Finalmente c’è il Communicative Approach, il quale è completamente student-centered e basato sulla comunicazione. Non prevede una sequenza predefinita, e funziona sul presupposto che il contesto è un aspetto fondamentale per la comunicazione autentica. Questo approccio è particolarmente adatto per coloro i quali vogliano sviluppare le competenze orali, in quanto va a colmare le lacune spesso già presenti e dovute proprio ad una precedente esperienza con approccio metalinguistico, molto comune nella tradizione scolastica italiana.

Il Communicative Approach, anche se nuovo in Italia, affonda le sue radici nel Natural Approach, sviluppato principalmente da Stephen Krashen e Tracy Terrel negli anni '80/'90. Il suo scopo è di favorire l’acquisizione di una lingua straniera in modo “naturalistico”, con la comprensione prima della produzione, in cui gli obiettivi comunicativi guidano l’istruzione, senza badare troppo allo studio metalinguistico della grammatica o alla correzione esplicita degli errori.

Molto importante sia nel Natural che Communicative Approach è la cosiddetta Affective Filter Hypothesis, ovvero l'idea che gli studenti debbano essere rilassati ed aperti, in modo da facilitare l’acquisizione della lingua (c.d. “filtro basso”). Invece, chi è nervoso o stressato (c.d. “filtro alto”), fatica ad acquisire gli input linguistici perché questi rimangono “bloccati” dalle emozioni negative. Praticamente, un livello alto di ansia blocca le informazioni, non permettendo loro di giungere all’allievo. Tutti noi possiamo comprendere quanto lo stato emotivo possa impattare sulla produzione linguistica!

Grazie ad anni di ricerca ed osservazione, possiamo contare molteplici modelli di apprendimento e didattica, ma la scelta di quello giusto dipende soprattutto dallo studente e dalle sue vere esigenze. Per questo creiamo percorsi ad hoc, adottando la metodologia più adatta al caso.

 

Articolo aggiornato il 10/04/2020

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